​Mitilanza #1

C’è stata a La Spezia un’adunata di gente poetante.
A un estremo quelli secondo cui bisogna prendere atto che il libro di poesia non ha e non può avere significative potenzialità commerciali: così come è normale che gli spartiti li comprino solo i musicisti, è normale che i libri di poesia li comprino solo i poeti e le poete. Tutti gli altri la poesia la ascoltano. Ai reading o ai poetry slam o su youtube o su spotify. Quindi conviene tornare alle origini: la poesia come arte performativa sospesa a metà tra musica e teatro. Restando semi-indifferenti alle prospettive editoriali.

All’altro estremo quelli che nel libro di poesia ci vogliono credere ancora. E fondano piccole case editrici.

Io, stranamente, nonostante il mio carattere che tende parecchio al o-bianco-o-nero, mi colloco a metà. L’idea “tutti sul palco a interpretare ciò che si scrive” mi piace moltissimo. Ma la materializzazione – in forma di libro, ebook, o cartoncini scritti a mano e rilegati a collana – mi sembra imprescindibile. E non mi sembra che una piccola casa editrice sia il modo migliore per gestire la cosa. Ci vorrebbe secondo me una sorta di cooperativa nazionale poeti. Anche perché l’idea di un editing a una poesia mi pare abbastanza assurda. Ma questo è un altro post.

L’altra notizia, scioccante, che vi porto da La Spezia, è che sono tornati di moda i pantaloni lunghi ultracorti che lasciano scoperta tutta la caviglia. Io lo trovo un fatto increscioso.