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La dittatura delle emergenze pratiche ci sta privando della licenza di fantasia esistenziale

A un certo punto della sua vita Ivan Illich (1926-2002) si è messo in testa di impare il cinese, per poterla pensare e scrivere in cinese, la sua critica della civiltà occidentale. Si era cioè convinto che possiamo arrivare a liberarci davvero dagli schemi mentali della civiltà in cui siamo nati solo se arriviamo a padroneggiare completamente una lingua ad essa estranea. Ma non ci riuscì.

Di fronte all’idea di una così ardita e così nobile missione, mi vien da dire: ma quanto è cambiato il mondo in così pochi anni? Chi è che oggi potrebbe anche solo concepire una roba così? Oggi uno al massimo si chiede cose tipo “Come potrei organizzarmi per produrre da solo l’energia di cui ho bisogno?” o tipo “Ma la prossima volta che perderò il lavoro è meglio che vada all’estero o in campagna?”.

Mica s’inventano, i carciofi

Da “Morte a credito”, di Louis-Ferdinand Céline, 1936:

Più vivon nell’opulenza, più son carogne, son tremende, le compagnie, ma è a questo modo che si diventa ricchi, solo a questo modo.

Padrone di te stesso qui, libertà là, taratatà, mai mi son lasciato montar la testa, mai, posso dirlo, tutti gli intrallazzi in campagna son cose di cui bisogna aver pratica, bisogna esser nati in quelle vaccherie lì, tu ecco che arrivi sprovveduto, piombi nella boscaglia, immagina, fin da quando arrivi ti mettono il piede sul collo, non ci resisti un attimo, sono cose che non si capiscono in un soffio, mica s’inventano, i carciofi.

È la ragione a ostacolar tutto, segui l’istinto anzitutto, quando è ben sveglio, hai vinto.

Cominciavamo a riacquistar fiducia, senza alcun motivo d’altronde, soltanto perché ne avevamo un gran bisogno.

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