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Il dolore dei personaggi

Una lettrice di “Le sorelle Kagacazov” mi scrive: «Percorsi riarsi come in un deserto di questa società che lascia poco spazio alle anime giovani… nel silenzio della mia stanza ha risuonato la mia risata… altre volte mi sono sentita l’animo pesante seguendo il dolore e la fatica raccontate… continui sbalzi tra picchi di risate e profonde valli di asprezza e realismo». Mi colpisce quel riferimento quasi stupito al “dolore” dei personaggi. Mi rendo conto che a me non stupisce molto, il dolore. E invece sarebbe giusto non smettere di stupirsi. Sarebbe giusto non smettere mai di chiedersi: questo dolore è dolore esistenziale (cioè dolore implicito nel fatto di essere vivo e dunque esposto a pericoli) o oppressione sociale (cioè dolore indotto da ingiustizie che non combatto abbastanza)?

Indescrivibile

I preparativi finali per la pubblicazione di un libro, tipo scrivere i testi per la copertina, o fare alcune scelte grafiche, sono per me una goduria indescrivibile. E dopo aver finito mi sento completamente appagato, per parecchi giorni. Adesso, per esempio, a distanza di settimane da quegli ultimi 3 giorni di delirio per completare l’edizione in formato libro di “Le sorelle Kagacazov – Metter su famiglia o perdersi per il mondo”, sprizzo ancora appagamento da tutti i pori. Se penso a quegli ipocriti che dicono che per loro scrivere è un modo per stimolare l’evoluzione della consapevolezza umana, mi ride anche il culo. È il piacere che muove il mondo (comunque mi sa che una volta l’ho detta anch’io, quella cosa della consapevolezza)

Subito

Secoli e secoli per evolvere, poi basta un autobus d’estate senza l’aria condizionata e se ne va subito a puttane, il senso di fratellanza.