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Un libro, non una strategia commerciale

«Come al falegname si chiede una sedia, così all’editore si chiede un libro, non una strategia commerciale. Se i falegnami sacrificano la qualità della sedia per motivi legati al mercato, la gente non ha più un buon oggetto su cui sedersi. Lo stesso vale per gli editori. Oggi l’editoria ha perso di vista l’obiettivo primario: soddisfare i lettori».

Antonio Paolacci, http://goo.gl/zos7s0, #progettosantiago

Books not dead

Più che alla fine del libro – dice #AntonioTombolini – stiamo assistendo alla fine del sistema di potere costruito attorno al libro di carta

Anche il contrario

Una politica culturale omologata e conservatrice

Andre-Schiffrin

L’ editoria guarda sempre più solo al profitto. Le grandi concentrazioni degli anni scorsi hanno imposto un modello che domanda all’ editoria di guadagnare sempre di più e sempre più in fretta. In passato, l’ editoria viveva con una redditività del 3/4 per cento. I nuovi manager dei grandi gruppi, che spesso vengono da settori extraeditoriali, domandano agli editori una redditività del 15/20 per cento. Per ottenere tali risultati, hanno trasformano radicalmente le case editrici, spingendole a proporre esclusivamente libri capaci di vendere molto e in poco tempo. È un’ ottica che esclude una larga parte della cultura e ignora i progetti di medio-lungo periodo che in passato sono sempre stati il cuore dell’editoria. Il risultato è una politica culturale omologata e conservatrice, incapace di proporre libri originali e fuori dagli schemi.

André Schiffrin

In a soundless land

Per uno dei miei primi esami all’università, non per errore scritto con la minuscola, oltre al programma d’esame c’era una seconda lista di libri consigliati, leggere pure uno di quelli era facoltativo, e io, volenteroso come tutti i principianti, scelsi “Guerra e Pace”, di Lev Tolstòj, più di 1.500 pagine, furbissimo non lo sono mai stato Read more