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Sulla base di quale principio?

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È un grande romanzo, “In ogni caso nessun rimorso”, di Pino Cacucci.

Da un punto di vista storico è una preziosa ricostruzione della brutale reazione dello Stato francese, ai primi del Novecento, di fronte alle molteplici forme di rivolta implicite nel rapido diffondersi delle idee anarchiche. Basti dire, per inquadrare il contesto sociale in cui le vicende si svolgono, che è un’epoca in cui è usuale che la polizia apra il fuoco contro gli operai in sciopero.

Da un punto di vista filosofico è una coraggiosa sfilza di provocazioni che ruotano fondamentalmente attorno ad una scomodissima domanda: uno Stato che ricorre abitualmente a varie forme di violenza pur di garantire la conservazione di uno status quo che implica enormi privilegi per pochissimi e enormi sofferenze per tutti gli altri, che diritto ha di condannare un individuo che esasperato dalla sistematica distruzione della sua dignità arriva a reagire in modi violenti?

A chi rispondesse con l’argomento che la violenza di Stato è codificata, legale, mentre la violenza dell’individuo è illegale, si può replicare che ciò che è legale è legittimo solo se si fonda su un principio etico largamente condiviso. E che nel caso della violenza di Stato non è affatto chiaro quale sia questo principio.

A chi replicasse che il principio che rende legittima la violenza di Stato è la necessità di difendere il bene di tutti i cittadini, si può rispondere con una domanda: quali garanzie ci sono che la violenza di Stato sia esercitata solo e soltanto nei modi necessari al fine di tutelare il bene di tutti i cittadini?

Mi viene in mente un aforisma…

Uccidi un uomo e sei un assassino. Uccidine milioni e sei un conquistatore. Uccidili tutti e sei Dio.
(Jean Rostand)