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Caos terminale

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Con un linguaggio pulito da manierismi, in cui un culo è un culo e non un fondoschiena, e con una scrittura essenziale in cui ogni pensiero e ogni evento è un rapido flash che si unisce agli altri in un continuum narrativo il cui ritmo è scandito dal graduale disvelarsi della trama, Margi De Filpo racconta di un’ossessione amorosa che si consuma sullo sfondo dei salotti letterari romani, dove a furia di sforzarmi di sorridere rischiavo mi venisse una paresi. Read more

Intimamente straziante

«Ci sono storie da non scrivere mai secondo te?».
«Sì, storie che banalizzano argomenti delicati. Non tutti possono scrivere di tutto, in alcune situazioni l’intelligenza ci pone l’obbligo di astenerci. Poi, leggere romanzi scritti da giornalisti, da politici, da personaggi dello spettacolo, per me è spesso- non sempre, ma spesso – un’esperienza intimamente straziante. Alla fine il discorso è sempre lo stesso: se non hai nulla da dire a riguardo, taci».

Margi de Filpo

Velluto si sente tutto venato di un lirismo trattenuto e bello perché semplice

Inutile raccontarsela, si è in attesa di riconoscimenti, quando si è creato qualcosa, perché è di riconoscimenti che si nutre, la spinta a creare, e non le bastano mai, a quella cazzo di spinta, i riconoscimenti, una piccola pippa e te la trovi arenata per mesi, quella cazzo di spinta, va bene, è gratificante in sé, l’atto creativo, verissimo, ma resta pur sempre un atto di comunicazione, il cui senso si perde facilmente, in assenza di “risposte”, fine del pippone, veniamo al dunque, un pubblico e grande “Grazie!!!” a Margi de Filpo, che ha “risposto” a “Per favore non chiamatelo amore” su “Leggere:tutti – Mensile del libro e della lettura” (n. 69, giugno-luglio 2012).

Di “Per favore non chiamatelo amore” dice che riesce nel difficile compito di raccontare una cosa di cui ormai tutto è stato scritto, l’amore, senza suonare trito come un tritone tritato da trenta tonnellate di tritolo, cioè, non parla né di tritone né di tritolo, ma il senso mi pare quello, e la cosa mi fa molto piacere, perché suonare trito mi getterebbe in uno sconforto che neanche un tritone tritato da trenta tonnellate di tritolo.

Di Francesco, il protagonista del romanzo, dice: una ferita che non si rimargina crea l’alibi per non procurarsene altre, cogliendo così, in una sola frase, l’intero senso della sua tragicomica odissea sentimentale.

Del mondo in cui il romanzo è scritto, dice: giochi di parole che si sciolgono in un lirismo trattenuto e bello, perché semplice, il che mi fa sentire come se avessi sempre avuto in me un lirisimo trattenuto e bello perché semplice senza mai accorgermene.

Insomma, in questo momento sento quella cazzo di spinta che spinge di brutto, ma con delicatezza, come venandosi di un lirismo trattenuto e bello perché semplice.

La pagina di “Leggere:tutti”

La recensione è stata poi ripubblicata su unonove.org

Margi de Filpo è autrice di un romanzo, “Nero di lacrime e luoghi comuni”, Palomar, 2008