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Nel caso tu sia incuriosito dalla scrittura frullata di Louis-Ferdinand Céline e dai suoi pipponi anarco-esistenzial-filosofici

L’ho poi finito, “Morte a credito” (1936), è andata a finire che gliene ho dedicati parecchi, di post, ma ciò non significa che io lo consideri un romanzo strepitoso, se sei incuriosito dalla scrittura frullata di Louis-Ferdinand Céline, e dai suoi pipponi anarco-esistenzial-filosofici, meglio leggere “Viaggio al termine della notte” (1932), secondo me, il suo secondo romanzo è un po’ troppo figlio dell’enorme successo del primo, insomma, una copia meno riuscita, mi è sembrato, del resto mica facile evolvere, quando si vince, ti paralizzano, le vittorie.

Mica s’inventano, i carciofi

Da “Morte a credito”, di Louis-Ferdinand Céline, 1936:

Più vivon nell’opulenza, più son carogne, son tremende, le compagnie, ma è a questo modo che si diventa ricchi, solo a questo modo.

Padrone di te stesso qui, libertà là, taratatà, mai mi son lasciato montar la testa, mai, posso dirlo, tutti gli intrallazzi in campagna son cose di cui bisogna aver pratica, bisogna esser nati in quelle vaccherie lì, tu ecco che arrivi sprovveduto, piombi nella boscaglia, immagina, fin da quando arrivi ti mettono il piede sul collo, non ci resisti un attimo, sono cose che non si capiscono in un soffio, mica s’inventano, i carciofi.

È la ragione a ostacolar tutto, segui l’istinto anzitutto, quando è ben sveglio, hai vinto.

Cominciavamo a riacquistar fiducia, senza alcun motivo d’altronde, soltanto perché ne avevamo un gran bisogno.

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Il destino divora le preghiere come il rospo le mosche

Sono ancora alle prese con “Morte a credito”, di Cèline, del resto che farci, c’ha questo vizio la vita, si ostina a distoglierti dalla poltrona e dalla lettura, in mille modi, comunque sono a buon punto, oramai, cazzo me ne frega, dirai tu, hai ragione, voleva solo essere un cappello introduttivo alla nuova selezione di passaggi notevoli, eccola:

Quando usciva dalla stanza, lasciava come un vuoto dentro, si scendeva d’un piano nella malinconia.

De Pereires, nonostante il suo culto per un sicuro progresso, aveva sempre esecrato ogni produzione standard, fin dall’inizio, se n’era dimostrato un nemico irriducibile, presentiva l’ineluttabile scadimento della persona umana con la morte dell’artigianato.

Avrebbe affrontato il suo destino, né con troppa fiducia, né con troppa sfiducia, giusto con gli occhi aperti.

Sornione e bugiardo come sempre, come una dozzina di reggiseno messi insieme.

Quando s’era ficcata in testa un cacchio qualsiasi, ci s’avvitava dentro come un bullone, bisognava estirpar tutto il pezzo, cosa estremamente dolorosa.

Nella vita, basta che la vada un po’ meno peggio perché subito si pensi alle porcaccionate.

Il destino divora le preghiere come il rospo le mosche, le aggredisce con un salto, le stritola, ne fa polpette.

(Louis-Ferdinand Céline, “Morte a credito”)

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Nei loro gabbi

La prospettiva, to’, a scadenza immediata, di dover affrontare i principali, di offrir le mie chiacchiere, di chiudermi nei loro gabbi, m’accasciava fin dentro i ventricoli, avevo perso l’abitudine, di respirar confinato, dovevo rifarci il callo, mica era una burletta, soltanto a immaginarmeli, i probabili padroni, mi spariva tutto lo scilinguagnolo, le parole mi si strozzavano in gola.

(Louis-Ferdinand Céline, “Morte a credito”)

“Ventricoli” è un sinonimo, popolare ma non comune (?), di stomaco.

Lo “scilinguagnolo” è il frenulo della lingua. Aver lo scilinguagnolo sciolto = essere di parola pronta e vivace.

Il “gabbio” è il posto di lavoro.

Del modo come t’aggiustano

Sono circa a metà, di “Morte a credito”. Alcune cose da segnalare. La prima è che nella scelta delle parole, Céline ci azzecca parecchio. Per esempio, il lavoro lo chiama “lo sgobbo”. Il pene invece lo chiama “re di Spagna”, il che mi ha fatto molto ridere, mi mancava. La seconda è che come scrittore mi piace moltissimo, Céline, soprattutto il suo modo anti-scolastico di usare la punteggiatura, concepita come strumento per dare il ritmo. Come autore mi lascia invece un po’ perplesso, un filino troppo cupo e misantropo. La terza è una delle tante perle in cui mi sono imbattuto: La scuola m’era diventata insopportabile, tutto quel che s’imbastisce lì dentro, tutto quel che vi si recita, roba da turarsi gli orecchi, tutto sommato, a petto di quel che c’aspetta, del modo come t’aggiustano quando ne sei uscito fuori.

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