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Il destino divora le preghiere come il rospo le mosche

Sono ancora alle prese con “Morte a credito”, di Cèline, del resto che farci, c’ha questo vizio la vita, si ostina a distoglierti dalla poltrona e dalla lettura, in mille modi, comunque sono a buon punto, oramai, cazzo me ne frega, dirai tu, hai ragione, voleva solo essere un cappello introduttivo alla nuova selezione di passaggi notevoli, eccola:

Quando usciva dalla stanza, lasciava come un vuoto dentro, si scendeva d’un piano nella malinconia.

De Pereires, nonostante il suo culto per un sicuro progresso, aveva sempre esecrato ogni produzione standard, fin dall’inizio, se n’era dimostrato un nemico irriducibile, presentiva l’ineluttabile scadimento della persona umana con la morte dell’artigianato.

Avrebbe affrontato il suo destino, né con troppa fiducia, né con troppa sfiducia, giusto con gli occhi aperti.

Sornione e bugiardo come sempre, come una dozzina di reggiseno messi insieme.

Quando s’era ficcata in testa un cacchio qualsiasi, ci s’avvitava dentro come un bullone, bisognava estirpar tutto il pezzo, cosa estremamente dolorosa.

Nella vita, basta che la vada un po’ meno peggio perché subito si pensi alle porcaccionate.

Il destino divora le preghiere come il rospo le mosche, le aggredisce con un salto, le stritola, ne fa polpette.

(Louis-Ferdinand Céline, “Morte a credito”)

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